Cambiamento di Paradigma 7: La neuroscienza dietro le Tecniche per la Riduzione degli Errori Critici

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Il mese scorso vi abbiamo presentato il metodo di auto-attivazione che costituisce una delle quattro Tecniche per la Riduzione degli Errori Critici (TRECs). Per essere in grado di “attivarsi” abbastanza velocemente in una situazione potenzialmente pericolosa dobbiamo rendere automatica la nostra reazione, esattamente come un riflesso. Nella puntata di oggi della serie Cambiamenti di Paradigma, impareremo come l’auto-attivazione ci consenta di affrontare non solo gli stati emotivi o fisici di fretta, frustrazione e stanchezza, ma anche l’eccesso di fiducia.

Fondamentale per l’efficace funzionamento dell’auto-attivazione è la velocità con cui essa si verifica. Abitudini e riflessi non sono il risultato di una decisione consapevole: in quanto processi neurologici a livello subcosciente, avvengono automaticamente. Quando basta una frazione di secondo perché sia già troppo tardi, il processo deve raggiungere la velocità di un riflesso nervoso, ovvero di una contrazione muscolare – ecco perché abbiamo bisogno del nostro subconscio.

Più subconscia – ovvero meno intenzionale – è l’azione, tanto più rapida è la reazione (“Se succede questo, allora devo fare quello”). Ci vogliono allenamento intenso e tanto tempo per rendere veloce come una freccia la nostra capacità di reagire. Solo attraverso la ripetitività possono essere messi in pratica gli schemi automatici di reazione agli stimoli.

Programmare la rete neurale

Rispondi più rapidamente che puoi: quanto fa 3 x 4? Probabilmente hai già la risposta prima di leggerla qui: 12.

Questo esempio ci mostra la velocità dei processi subconsci. La rapidità nella risposta è senza dubbio determinata dagli esercizi più volte ripetuti nel tempo: ormai non devi più pensare per effettuare calcoli così semplici – e allo stesso tempo gli errori che li riguardano sono rari. Analogamente, quanto ci metti per arrivare al risultato di 13 x 14? Certo, potresti svolgere il calcolo nella tua mente – ma ciò richiederebbe tempo.

In sostanza, quel momento decisivo prima di un incidente stradale o prima di scivolare per le scale del magazzino non è sufficientemente lungo da farci pensare ad una immediata reazione. Ecco perché l’auto-attivazione deve diventare un processo automatico, permettendoci di reagire alla velocità della luce. E, proprio come per le tabelline, richiede pratica.

Attualmente, la risonanza magnetica funzionale (RMF) ci permette di investigare gli esatti processi che avvengono nel cervello quando, per esempio, si avvia l’auto-attivazione. Come dimostrato nell’esempio dei calcoli mentalmente eseguiti, la ripetitività è l’elemento cardine per addestrare la mente subconscia. Funziona come un sentiero in un prato: solo se spesso percorso risulterà ben tracciato. Allo stesso modo più ripetiamo dei comportamenti, più veloce sarà il processo di costruzione del percorso neurale che, una volta tracciato, permetterà ad alcuni stimoli di provocare reazioni automatiche. Ad esempio, situazioni quali ritrovarsi sull’orlo di un precipizio o notare in un cespuglio qualcosa che si muove suscitano istintivamente in noi un senso di pericolo. Una simile reazione subconscia può essere scatenata a beneficio della sicurezza personale quando fretta, frustrazione o stanchezza prendono il sopravvento – e quando abbiamo una reazione automatica prefigurata, frutto dell’addestramento, che previene gli errori involontari dovuti agli stati emotivi o fisici in questione.

Quindi, da un punto di vista neuroscientifico si tratta di far ricorso alla ripetitività, in modo che le persone comincino ad associare immediatamente gli stati emotivi o fisici di fretta, frustrazione e stanchezza al pericolo, stabilendo fra essi un collegamento a livello subconscio. Quando tale associazione si verifica, siamo riportati al qui e ora e possiamo consapevolmente decidere, in tempo reale, di far tornare i nostri occhi e mente sull’attività. Ci vogliono azioni ripetute tante volte perché questi processi diventino veramente automatici. Ecco perché raccontare le proprie esperienze aiuta ad applicare più in fretta l’auto-attivazione e ad evitare con celerità lesioni ed errori critici.

Combattere l’eccesso di fiducia

A differenza degli stati di stanchezza, fretta e frustrazione, l’eccesso di fiducia non è facile da contrastare. Il fatto è che, quando ci ritroviamo in tale stato, lo notiamo a malapena. L’eccesso di fiducia non si verifica all’improvviso. Piuttosto, è un processo strisciante che ha molto a che fare con l’assuefazione. Ad esempio, ci abituiamo abbastanza in fretta a guidare a 100 chilometri all’ora – nonostante l’alto livello di energia pericolosa interessato. Quando si riduce la consapevolezza del pericolo, la nostra mente comincia a divagare. È un processo che non possiamo controllare: si sviluppa non appena il nostro subconscio decide che abbiamo “compreso” il compito che stiamo attuando. Tuttavia, anche se non è possibile prevenire le distrazioni dovute all’eccesso di fiducia, possiamo sempre gestirlo attraverso le Tecniche per la Riduzione degli Errori Critici (TRECs).

La chiave è capire che, se abbiamo familiarizzato con qualcosa, il nostro cervello tende a nascondere e rimuovere dalla percezione cosciente tale informazione: il nostro Sistema Reticolare Attivatore Ascendente (SRAA) filtra le impressioni in modo che, per esempio, il canto degli uccelli si affievolisce permettendoci di sentire un fruscio nel prato – che potrebbe significare la presenza di un serpente. Il SRAA ci dà l’opportunità di uscire dalla linea di fuoco. Nel passato primitivo, questo meccanismo poteva essere vitale per sfuggire ad un pericolo della natura. Tuttavia, questa stessa capacità non è di grande aiuto nelle situazioni pericolose dei giorni nostri, come, ad esempio, quando si tratta di rimanere vigili mentre si guida ad alta velocità.

Un comportamento in sicurezza può essere acquisito anche guardando gli altri. Ad esempio, se mentre guidi ti accorgi che la macchina dietro sta troppo vicino alla tua, automaticamente ti ritroverai anche tu a controllare a che distanza ti mantieni rispetto all’auto che ti sta davanti. In quanto specie sociale, noi naturalmente osserviamo gli altri e percepiamo lo schema “stato emotivo-errore” da loro tenuto: ogni volta che notiamo un errore, siamo naturalmente inclini a riflettere sul nostro proprio comportamento e sui rischi esistenti in quel momento per la nostra sicurezza personale. Pertanto, se consapevolmente osserviamo, tenendo in mente lo schema “stato emotivo-errore”, allora addestriamo il nostro SRAA ad “accendersi” e ad avvertirci con un segnale non appena abbiamo osservato un errore, anche se nostro. In questo modo possiamo controllare il filtrare delle impressioni sensoriali da parte del SRAA, addestrandolo a percepire ciò che sembra importante per noi.

Spesso non siamo consapevoli di questa capacità, ma vale la pena dimostrarne la potenza; la prossima volta che esci, cerca qualcosa di colore rosso: auto, cartelli o vestiti; saranno immediatamente evidenti se predisponi la tua mente a notarli. In effetti, con un po’ di pratica, puoi condizionare il tuo SRAA su varie cose, e a volte lo facciamo senza nemmeno rendercene conto. Le giovani mamme, per esempio, sentono piangere bambini ovunque. Altri invece sono in grado di distinguere subito il logo del marchio preferito.

In modo analogo, mantieni pronto il tuo SRAA perché possa individuare gli schemi di rischio: non appena inizi a percepirli, ne scoverai dappertutto. Con questa tecnica per la riduzione degli errori critici, puoi controllare l’eccesso di fiducia, riconoscendolo e rispondendo di conseguenza ed in maniera immediata nei confronti dello schema rilevato.

Imparare dai mancati infortuni e dai piccoli errori

L’ultima delle quattro TRECs è quella per “analizzare i mancati infortuni e i piccoli errori” – in modo che non accadano errori gravi. In effetti, lesioni lievi e mancati infortuni si verificano molto più spesso delle lesioni di grave entità. Ma, indipendentemente dalla conseguenza di un infortunio, lo schema di rischio “stato emotivo-errore” resta sempre lo stesso. Quindi è possibile imparare ciò che è necessario per evitare incidenti e infortuni anche da errori che non hanno conseguenze gravi. Ogni volta che

  • commetti un errore,
  • inciampi in qualcosa, o
  • perdi momentaneamente l’equilibrio (anche senza cadere),

chiediti il perché. Forse è capitato perché non ti sei accorto che

  • cominciavi ad avere fretta
  • eri un po’ frustrato
  • eri diventato stanco, o
  • per un breve periodo eri in preda all’eccesso di fiducia e quindi distratto per un po’.

Per quanto riguarda fretta, frustrazione o stanchezza, non sei riuscito ad auto-attivarti in tempo. Se invece l’errore era radicato nell’eccesso di fiducia, allora probabilmente ti è necessario lavorare per migliorare le abitudini inerenti alla sicurezza o impegnarti per osservare gli altri per ciò che attiene agli schemi di rischio “stato emotivo-errore”.

Impara dai mancati infortuni e dalle lesioni minori pensando a come poteva andare peggio. Immaginare i casi peggiori crea nuovi percorsi neurali nel tuo cervello e li rafforza. Di conseguenza, col passar del tempo, svilupperai in situazioni simili un senso quasi istantaneo del pericolo. Ecco perché è così importante parlare delle storie alla base delle lesioni e dei mancati infortuni che hai subito, discuterli, osservare gli stati emotivi o fisici che precedono errori non intenzionali o critici e poi pensare a come le cose potevano andare peggio. Questo non è per infondere paura: stiamo solo usando la neuroscienza a nostro vantaggio.

Lo sapevi che la tua immaginazione può anche aiutare a prevenire infortuni? Ne deriva che, invece di sperimentare il dolore stesso, ascoltando i racconti degli infortuni di altre persone possiamo semplicemente pensare alle conseguenze che avrebbero su di noi: funziona altrettanto bene. In particolare, manager e addetti alla sicurezza devono riuscire a comprendere lo scopo del dialogo aperto, perché di solito non capiscono il motivo per cui dovrebbero “sprecare” del tempo prezioso dell’azienda per

  • far parlare i dipendenti,
  • condividere le proprie storie di infortuni e farne raccontare dagli altri,
  • parlare di gravi infortuni causati da incidenti,
  • descrivere il dolore e l’inconveniente per cui hanno sofferto, o
  • discutere degli schemi alla base degli errori critici.

Si tratta, di solito, di persone rimaste fedeli al paradigma dei “pericoli e costi irrecuperabili”. Con il metodo del dialogo aperto, tuttavia, anche loro possono contribuire in modo efficace ed economico alla riduzione di infortuni. D’altronde, usare la propria immaginazione non costa soldi!

Evitare lesioni da errori non intenzionali

Le quattro tecniche che utilizziamo per ridurre gli errori critici ci danno la possibilità di evitare le lesioni causate dal nostro stesso comportamento – cioè oltre il 95% degli infortuni accaduti. Queste tecniche si basano sulla neuroscienza, richiedono tempo e molta pratica. Proprio come il sentiero che attraversa il prato diventa sempre più largo mano a mano che viene percorso e quindi battuto, la forza di un percorso neurale dipende in primo luogo da come si sviluppano le ripetizioni e da quanto bene è stato rinforzato e mantenuto. Lo stesso vale quando impariamo a suonare strumenti musicali e a parlare lingue straniere: solo se ripetutamente utilizzati i percorsi neurali, applicando ciò che abbiamo imparato, continueremo a suonare e parlare.

Possiamo imparare molto dalla neuroscienza, specialmente per quanto riguarda l’eccesso di fiducia, la formazione delle abitudini e quanto fretta e frustrazione possono eludere anche le buone abitudini.

Nella prossima parte della serie Cambiamenti di Paradigma esamineremo l’impatto che stati emotivi o fisici, quali fretta, frustrazione e stanchezza, esercitano sugli incidenti, da un lato, e sul livello raggiunto dall’eccesso di fiducia, dall’altro.

 

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